Noppadol Maitreechit ha un modo sorprendentemente semplice di descrivere la fotografia.
“Mi rende felice. Mi dà una gioia autentica.”
Sono tra le prime cose che mi dice. Eppure, più la conversazione va avanti, più mi ritrovo a tornare con il pensiero a quelle parole e all’importanza che attribuisce a un gesto apparentemente semplice: guardare.
Nel corso dell’intervista questo tema riaffiora continuamente. A volte significa passare ore al cinema, quando era studente a Bangkok. Altre volte significa camminare senza fretta, aspettando che la luce, le persone e lo spazio trovino il loro equilibrio. A un certo punto si interrompe e dice una frase che, più di ogni altra, riassume il suo rapporto con la fotografia.
“Mi mancava guardare.”
È una frase che continua a risuonarmi dentro perché racconta molto più di lui di quanto potrebbe fare la semplice cronologia della sua carriera.


Nato e cresciuto a Chumphon, nel sud della Thailandia, Noppadol- che tutti conoscono come Dew- si trasferisce a Bangkok a diciotto anni per studiare cinema alla Rangsit University. Dopo la laurea lavora nell’industria cinematografica thailandese come assistente alla regia e acting coach, affinando uno sguardo attento alla composizione, al colore e al ritmo. Più tardi, quando lui e la moglie si trasferiscono a Wellington, in Nuova Zelanda, per gestire un ristorante thailandese, la fotografia continua ad accompagnarlo in silenzio. Scatta ogni volta che ne ha l’occasione, senza particolari ambizioni, semplicemente per il piacere di farlo.
Quando, anni dopo, tornano in Thailandia e aprono un ristorante tutto loro, Dew si rende conto che ciò che gli è mancato davvero non era il cinema, ma l’abitudine di guardare il mondo con attenzione.
“Mi mancava guardare. Mi mancava cercare composizioni nella vita di tutti i giorni. I colori, le persone. Mi mancava la realtà.”


E’ quella consapevolezza che, poco alla volta, lo riporta alla fotografia. Oggi, a più di vent’anni di distanza, Dew è uno degli street photographer thailandesi più conosciuti, ha pubblicato diversi libri e sempre più impegnato nell’insegnamento. Eppure, parlando con lui, si ha l’impressione che il successo non sia mai stato il vero obiettivo. Più volte Dew torna invece a parlare del piacere di camminare, aspettare e lasciarsi sorprendere da cio’ che accade nella normalità.
Il suo passato nel cinema è evidente. Lo si ritrova nel modo in cui compone una fotografia, nell’uso del colore e nella pazienza con cui aspetta che gli elementi trovino il loro equilibrio. Molte delle sue fotografie sembrano il fotogramma di un film: qualcosa è appena successo, oppure sta per accadere, lasciando a chi guarda il compito di immaginare ciò che viene prima o dopo. È un approccio che emerge con particolare chiarezza in Fisherman’s Dream, il progetto dedicato ai pescatori migranti birmani nel sud della Thailandia. Più che inseguire eventi straordinari, Dew si sofferma sul ritmo silenzioso della vita quotidiana. Nulla appare forzato e proprio per questo le sue immagini continuano ad accompagnarti anche dopo aver smesso di guardarle.
Alla fine della nostra conversazione ho avuto la sensazione che le fotografie di Dew non nascano dalla ricerca dell’eccezionale o della composizione perfetta. Nascono da qualcosa di molto più semplice: il piacere di guardare. In un mondo che ci spinge continuamente ad accelerare, il suo lavoro ci ricorda con discrezione che prestare attenzione non è soltanto il punto di partenza della fotografia. Può essere anche una delle forme più semplici della felicità.

Come è iniziato il tuo percorso nella fotografia?
È iniziato tutto dal mio amore per il cinema. Mi chiamo Noppadol Maitreechit, anche se quasi tutti mi conoscono come Dew. Oggi faccio lo chef e gestisco un piccolo ristorante nella mia città natale, Chumphon.
Da bambino c’era un cinema a pochi passi da casa mia. Ci passavo ore e ore e credo che sia stato proprio lì che ha iniziato a formarsi il mio modo di guardare il mondo.
Prima di iscrivermi all’università non sapevo nemmeno che fosse possibile studiare cinema. Quando l’ho scoperto, ho capito subito che era quella la strada che volevo seguire. Gli anni di studio mi hanno insegnato a guardare con più attenzione. Quasi ogni settimana attraversavo Bangkok per assistere alle proiezioni organizzate dalle ambasciate giapponese e tedesca, ma anche a quelle dedicate al cinema indipendente e d’autore. Volevo vedere il più possibile e imparare da ogni film.
Quando sono tornato dalla Nuova Zelanda e ho aperto il mio ristorante, ho ritrovato il tempo per riavvicinarmi a quella parte creativa di me. All’inizio la fotografia era semplicemente un modo accessibile per continuare a fare immagini. Ho iniziato con il telefono e mi piaceva comporre le fotografie.
Poi è successo qualcosa che ha cambiato tutto. Ho scoperto il lavoro di Taveepong Prathumwong e, attraverso di lui, Street Photo Thailand. È stato allora che ho capito davvero cosa poteva essere la street photography. Da quel momento la curiosità per la strada non mi ha più abbandonato. Anzi, con il tempo è diventata ancora più forte.

Descrivi spesso la fotografia come qualcosa che ti rende felice. C’è stato un momento in cui hai avuto la sensazione che quella felicità stesse svanendo? Se sì, come l’hai ritrovata?
Credo che la prima domanda da porsi sia che cosa sia davvero la felicità. La fotografia mi rende felice, ma la felicità non è qualcosa che si possa trattenere per sempre. Come tutte le emozioni, cambia con il tempo.
Quando ho iniziato, gran parte di quella felicità nasceva dall’emozione di catturare quello che Henri Cartier-Bresson chiamava il “momento decisivo”: quell’istante brevissimo in cui tutto sembra andare al proprio posto. Con gli anni, però, quel sentimento è cambiato.
Oggi la felicità la trovo soprattutto nel percorso. Nel camminare, nell’incontrare persone, nelle conversazioni, nell’attesa. Nel trascorrere del tempo nel mondo, prestando attenzione a ciò che mi circonda e imparando dalle storie degli altri.
Mi sono reso conto che ciò che mi rende felice non è più soltanto la fotografia in sé, ma tutto quello che accade prima di premere il pulsante di scatto. E immagino che continuerà a cambiare, proprio come cambierò io.

La street photography viene spesso associata alla velocità e all’istinto. Eppure, nelle tue fotografie si percepiscono soprattutto pazienza e capacità di attesa. Quanto sei disposto ad aspettare per un’immagine?
Se uscissimo a fotografare insieme, probabilmente scopriresti che non sono così paziente come si potrebbe pensare. Di solito concedo a un luogo dieci o quindici minuti. Se non succede nulla che catturi la mia attenzione, vado avanti.
Poi ci sono momenti in cui tutto inizia ad andare al proprio posto. La luce, le persone, la composizione, l’atmosfera di un luogo. Quando succede, smetto completamente di pensare al tempo. Posso restare lì anche per molto tempo, perché sono completamente assorbito da quello che ho davanti.

Il colore occupa un ruolo centrale nel tuo lavoro. Hai raccontato che è il modo in cui esprimi le emozioni, più che un semplice elemento estetico. Quando realizzi una fotografia, pensi prima di tutto al colore oppure il suo significato emerge in un secondo momento?
Quando fotografo, tutto accade nello stesso istante. La composizione, la luce, il colore e l’atmosfera della scena arrivano insieme.
Spesso il colore è la prima cosa che noto, ma da solo non basta. Se manca una composizione solida o qualcosa di significativo all’interno dell’inquadratura, il colore, da solo, non è sufficiente a sostenere la fotografia.
In questo senso la cucina è un buon paragone. Puoi avere ingredienti straordinari, ma ciò che conta davvero è sapere quando usarli e come combinarli.
Anche il cinema ha influenzato profondamente il mio modo di vedere il colore. Per anni ho osservato come i registi lo utilizzano per creare atmosfera ed emozione, e credo che tutto questo sia entrato in modo naturale anche nelle mie fotografie.
Arrivi dal cinema, dove il colore può cambiare completamente l’atmosfera di una scena. In che modo l’esperienza nel mondo del cinema ha influenzato il tuo modo di usare il colore nelle fotografie?
Per me il colore non è mai un semplice elemento decorativo. Fa parte del racconto.
Lavorare nel cinema mi ha insegnato che il colore può cambiare completamente il modo in cui viviamo una scena. Senza bisogno di parole, può trasmettere tensione, malinconia, calore o intimità.
Ho imparato tantissimo guardando i grandi registi. Akira Kurosawa mi ha mostrato come i colori più intensi possano trasmettere forza e tensione. Zhang Yimou, invece, mi ha fatto capire che il colore può diventare quasi un personaggio.
Ma se dovessi indicare il regista che mi ha influenzato più di tutti, sceglierei Krzysztof Kieślowski, soprattutto la trilogia Tre colori. Guardando quei film ho capito che il colore può trasmettere emozioni senza mai alzare la voce.
È qualcosa a cui penso ancora oggi quando lavoro sulle mie fotografie. Non cerco mai un colore solo perché è bello. Mi chiedo sempre se aiuta a raccontare la storia. Se la risposta è sì, allora quel colore appartiene a quell’immagine.


Gestire un ristorante e lavorare come chef può sembrare molto diverso dal fare fotografia. Eppure, in entrambi i casi sembrano contare soprattutto il tempismo e l’intuito. Vedi un legame tra queste due esperienze?
A dire il vero, non credo che la cucina e la strada siano poi così diverse. In entrambe contano il tempismo, l’istinto e la capacità di prestare attenzione.
In cucina non stai continuamente a guardare l’orologio. Ascolti il rumore della padella, senti il profumo del cibo e, in qualche modo, capisci quando è il momento giusto. Con la fotografia succede più o meno la stessa cosa. Aspetti quell’istante in cui la luce, le persone e l’atmosfera trovano il loro equilibrio.
Gestire un ristorante mi ha insegnato anche a rimanere calmo nel caos. Che si tratti di un servizio particolarmente intenso o di una strada affollata, devi imparare a fidarti del tuo istinto.
Alla fine, che stia servendo un piatto o realizzando una fotografia, quello che spero è di regalare alle persone un’esperienza che rimanga con loro.
Hai iniziato a tenere workshop di fotografia per condividere la tua passione. C’è qualcosa che cerchi di far lasciare andare ai tuoi studenti, più che qualcosa che provi a insegnare?
In realtà non credo che, per crescere, si debba dimenticare quello che si è imparato. Non penso che sia necessario lasciarsi il passato alle spalle. Cresciamo costruendo su tutto ciò che abbiamo già vissuto.
Quando qualcuno partecipa a uno dei miei workshop, una delle prime cose che gli chiedo è che cosa ha studiato e di che cosa si occupa. Lo faccio perché sono davvero curioso di capire in che modo quelle esperienze abbiano influenzato il suo modo di guardare il mondo.
Un ingegnere noterà probabilmente cose diverse rispetto a uno chef o a un musicista. Gli studi, il lavoro e tutto quello che abbiamo vissuto influenzano il modo in cui osserviamo una scena. Come insegnante, prima ancora di parlare di fotografia, voglio capire da dove nasce quello sguardo.
Non considero il passato qualcosa da superare. È il punto da cui nasce il nostro modo di vedere. Ogni esperienza, ogni errore e ogni competenza che abbiamo acquisito diventano parte del nostro sguardo. Non si ricomincia mai da zero. Si costruisce sempre su ciò che già siamo.

Chi ha influenzato maggiormente il tuo percorso fotografico?
Ho avuto la fortuna di imparare da tante persone lungo il mio cammino.
Una parte importante di questo percorso è stata il Loopers Collective. Grazie a loro ho avuto l’opportunità di partecipare a workshop con fotografi come Matt Stuart, Jesse Marlow, Maciej Dakowicz e David Solomons. Ognuno di loro ha influenzato il mio modo di pensare e vivere la fotografia in maniera diversa.
Ho imparato tantissimo guardando il lavoro dei fotografi che ammiro. Henri Cartier-Bresson mi ha insegnato l’importanza di riconoscere il momento decisivo, mentre Alex Webb continua a essere una fonte di ispirazione per il modo in cui intreccia colore, luce e presenza umana all’interno dell’inquadratura.
Ma l’ispirazione non arriva soltanto dai fotografi più conosciuti. Anche i miei studenti mi insegnano qualcosa. Il loro entusiasmo, la loro curiosità e la voglia di continuare a imparare mi ricordano ogni giorno perché ho iniziato a fotografare.
Ogni giorno cerco di diventare un fotografo un po’ migliore… e anche un insegnante un po’ migliore di quello che ero il giorno prima.
Silvia Donà